| Pubblicato su: | Corriere della Sera, anno LVII, fasc. 99, p. 3 | ||
| Data: | 26 aprile 1932 |

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Una domenica del marzo ultimo giravo, solo, per Villa Borghese e ad un tratto mi si parò innanzi, alto, impettito, tutto di marmo, Wolfango Goethe. Pioviscolava e tirava un vento più germanico che romano e l'aria intorno sapeva più di brumaglia e di benzina che di pini e di fiori. Eran deserti viali e viottoli intorno al monumento e soltanto qualche automobile fradicia veniva sù, correndo e ululando, da Porta Pinciana.
La statua di Goethe, opera d'un tedesco e dono dell'ultimo imperatore tedesco, non è bella e fosse almen sola! L'accompagnano, in basso, sei figure, quattro di maschi e due di femmine, più brutte assai di quella del poeta. Il quale sta in cima a un capitello di colonna, pagano stilita, con espressione tra il severo e il declamatorio e par che rimpianga l'antica solitudine della villa, che fu propizia all'estro di colui che in Arcadia ebbe il giusto nome di Megalio. Ma giù per la colonna e sulla base — benché il monumento non abbia molti anni — vidi stendersi maligne macchie d'un nero forte sulla candidezza della materia carrarese e n'ebbi, non so perché, stupore e tristezza.
Miglior monumento, a mio parere, offre l'Italia a Goethe col nuovo Faust tradotto e commentato da Guido Manacorda. Non già che mancassero traduzioni italiane del capo d'opera goethiano: il Manacorda ne ha tenute presenti, fra integre e no, tante quanti sono i peccati capitali. Ma tutte e sette offendevano, in varia misura e maniera, i sette comandamenti del buon traduttore: la fedeltà, la precisione, il senso comune, la chiarezza, il rispetto della lingua altrui e della propria e, quando si traduce in versi, della metrica. E se il più celebre di questi traduttori, il cavaliere Andrea Maffei, fu anche il più peccatore, non gli sta molto indietro il primo che pose le mani nel Faust, Giovita Scalvini, nè vi fa buona figura, nei frammenti che ne tradusse, Francesco De Sanctis. Di modo che gli Italiani che non sanno bene il tedesco eppure vollero leggere un dei capolavori della letteratura universale non potevan dire d'averne un'idea sufficiente e rischiavano di giudicarlo come si può giudicare un bell'affresco da una mediocre litografia. I traduttori hanno il vizio di credersi comproprietari dell'opera che hanno preso a translatare e non si peritano, specie quelli che traducono versi, a togliere e ad aggiungere quando non deformano addirittura: lacune e zeppe sono i loro pechés mignons. Quelli poi che vogliono essere fedelissimi cascano nelle secche delle versioni letterali, quasi sempre dure e inintelligibili, e finiscono coll'essere infedeli a forza di meccanica fedeltà. Insomma il Faust era stato in Italia ripetutamente tradotto ma, il più delle volte, tradotto... al supplizio.
Non voglio giurare che la traduzione del Manacorda sia perfetta: non ci sono traduzioni perfette né potranno esserci mai. Ma si può affermare, senza paura, ch'è di gran lunga superiore a tutte quelle che la precedettero, talmente superiore che i confronti apparirebbero inutilmente ingenerosi. Guido Manacorda era, si può dire, predestinato da gran tempo a questa molteplice e vittoriosa fatica. Un puro filologo, un puro filosofo, un puro poeta non sarebbero riusciti al par di lui. Per tradurre il Faust ci vuole spirito filologico, abito filosofico e fiato poetico ma tutti insieme riuniti. Il Manacorda è ormai uno dei nostri germanisti più esperti e già aveva dato ottime prove delle sue abilità di editore, traduttore ed esegeta in quelle versioni dei poemi di Wagner apparse nella «Biblioteca Sansoniana Straniera» da lui fondata e diretta. Nello stesso tempo egli possiede una conoscenza di prima mano delle dottrine filosofiche e religiose d'ogni terra e d'ogni età, quale s'intravede nella Nuova Mistica, nella Mistica Minore, nel commento alla Vita Nuova e meglio si vedrà nella prossima Mistica Maggiore. Di più ha cuore di poeta, talune doti dell'artista e, quel che non guasta, l'amore della musica e quella finezza appassionata che dovrebbe essere ma non è comune tra i critici. Non ci voleva meno di tutte queste qualità, quali di rado s'incontrano riunite in una persona sola, per affrontare un'opera come il Faust, che non è pura fantasia né puro pensiero, ma tanto meno pretta letteratura ed esige in chi la pratica e la studia l'attività, spesso simultanea, d'ogni parte dello spirito.
Nella bella e densa introduzione che il Manacorda ha fatto precedere al dramma — e che sembra quasi lo schema d'un libro — egli insiste sul carattere composito del Faust e nello stesso tempo sulla sostanziale unità delle due parti, da molti disconosciuta o negata. Non è il Faust, come la Divina Commedia, un poema al quale abbian posto mano cielo e terra, ché qui, malgrado il prologo in cielo e il coro mistico, tutto quanto è terrestre, ma nonostante è dramma che della terra non vuole ignorar nulla, dall'animalesco al sublime, dall'antichità favolosa alla rivolta moderna, e rappresenta più di mezzo secolo di ruminazione e di lavoro di un uomo che non fu compiutamente universale come dicono, ma ebbe tuttavia esperienze, conoscenze, sventure e venture assai più che non ne tocchino ai comuni figlioli di donna. Tradurre un poema simile non è da tutti; riuscirvi come v'è riuscito il Manacorda è da pochi.
Anch'egli ha sentito il bisogno, e quasi il dovere, di tradurre in versi le parti liriche del dramma (Lieder, cori ecc.) e bisogna convenire che v'è riuscito, di solito, assai meglio che non i suoi predecessori. Ma tant'è: l'obbligo della fedeltà ritmica, il terrore delle zeppe, l'impaccio delle rime sono e saranno sempre le maledizioni che gravano su colui che s'incaponisce a tradurre i versi in versi pur non volendo, per onestà, disfare e rifare a suo modo. Espressioni contorte e versi inarmonici, si trovano, qua e là, anche in questa versione: più di rado che in altre e più scusabili perché risparmiano annacquature e lungaggini ma che pure turbano la gioia piena che dà ad ogni pagina la solida e luminosa prosa di Manacorda, così ricca di musicalità naturale, varia di tono a seconda dei personaggi, né troppo plebea quando dcv'esser popolaresca, né troppo aulica quando dev'esser nobile e sostenuta. Dico la verità: io avrei tradotto tutto quanto in prosa, anche il Re di Tule, anche i soavi lamenti di Margherita.
E un altro rimpianto, giacché siamo al punto delle censure: perché il Manacorda non ha tradotto, in appendice, tutti i Paralipomeni? Nell'edizione che ho a mano, quella dell'Insel Verlag curata da H. G. Gräf, occupano appena settantadue pagine: non poteva far paura a quell'eroico lavoratore ch'è Manacorda. Abbiamo da poco una buona traduzione dell'Urfaust dovuta alla Baseggio; se qui c'erano anche i Paralipomeni, si poteva dire, finalmente, di possedere in lingua nostra tutta la materia faustiana. Benché, ripensandoci, sia una bella improntitudine chiedere una giunta di macerie a chi ci apre un palazzo e dentro a ogni stanza — curia imperiale o sgabuzzino — ci fa da guida paziente, illuminatrice, instancabile. Perché il Manacorda non s'è contentato di tradurre, meglio degli altri, il capolavoro goethiano, ma s'è sobbarcato a un lavoro che tutti gli altri traduttori, e non solo gli italiani, avevan lasciato volentieri ai bravi e pazienti tedeschi. Al volume del dramma s'accompagna un secondo volume di mole quasi identica, che contiene il primo compiuto commento del Faust che si pubblichi fuori della Germania. E per chi ama la storia del pensiero, la genesi dell'ispirazione, i richiami comparatisti, le analisi estetiche e spirituali e anche, perché no?, i lussi della bibliografia e le voluttà dell'erudizione, questo secondo volume è anche più saporoso del primo.
Tutti conoscono o credono di conoscere il Faust, ma in verità moltissime scene non sono del tutto comprensibili anche a lettori di buona cultura e alcune parti non sono gustate o addirittura annoiano appunto perché il lor senso è duro. Il Faust, al par della Divina Commedia, non si può leggere senza il soccorso d'un commento. E bisogna che il commento sia fatto senza risparmio, che non sia, cioè, soltanto filologico e apprestato per ben intendere la lettera, ma s'inoltri arditamente nella boscaglia dei simboli, dei miti, delle idee-madri, dei temi-base, e decifri i geroglifici del pensiero, dilucidi le allusioni metafisiche o storiche, accompagni il lettore nel laboratorio del poeta, ch'è, nel caso del Faust, assai più simile alla fucina di un alchimista che alla cella d'un contemplativo.
In Germania esistono, e da moltissimo tempo, commenti cosiffatti in gran numero e di varia tendenza, ma i traduttori o danno la sola tragedia o vi aggiungono poche note o appendici che non bastano davvero a dare un'idea dei tanti segreti ideologici e poetici che nasconde l'ampia tessitura del giovane e del vecchio Goethe. Il Manacorda, colle sue più che trecento fittissime pagine di un'esegesi che stupisce per la sua ricchezza e la sua sicurezza, ha fatto sì che gli Italiani potranno, finalmente, non soltanto leggere il Faust e, qua e là, ammirarlo, ma intenderlo sempre e scoprire quali abissi e distese di problemi e di travaglio si nascondono dietro i versi di questo titanico rifacimento d'una fiaba per marionette. A ogni scena o gruppo di scene c'è un'introduzione sintetica, che ne dà la traccia e il significato generale, spesso anche il giudizio critico e sempre la storia esterna. Vengono poi le note particolari, che non sfuggono nessun punto difficile, e a volte son vere e proprie trattazioni di più pagine su personaggi notevoli o su nuclei di pensiero che informano tutto il dramma. Passi paralleli d'altre opere di Goethe, raffronti con tutte le letterature del mondo — da Omero a Dostojevski e Andreieff — e con tutte le filosofie e le religioni del passato, dai brahmani a Swedenborg, da Platone a Hegel; indicazioni bibliografiche su questioni particolari e particolarmente disputate; citazioni continue d'altri commentatori e traduttori: non manca nulla. A un lettore pigro o zotico potrà sembrare che ci sia anche troppo. Per conto mio confesso che avrei letto con avidità questo commento anche se fosse stato più lungo il doppio — e la materia non sarebbe mancata davvero. Il Manacorda, per il timore d'apparire ingombrante o saccente, ha usato una concisione severa che non è mai a scapito della chiarezza, ma riesce a dare, coll'aiuto di rapidi accenni e rimandi, una vera e propria enciclopedia goethiana. E avverto subito che questo commento non è pane per gli infingardi e gl'impazienti: insegna moltissimo, sia su Goethe che su innumerevoli problemi di poesia e di filosofia, ma vuole lettori esperti e soprattutto amorosi.
A prezzo di una durissima e indovinabile fatica il nostro Manacorda ha cominciato a pagare, con questo suo ricco Faust, il debito che gl'Italiani hanno verso i dantisti tedeschi che da molti decenni si travagliano attorno all'esegesi della Divina Commedia. E' una prima rata, ma così bene apprestata ed offerta che ci farà fare, se non m'inganno, una buonissima figura.
F. W, GOETHE: Il Faust, versione integra dall'edizione critica di Weimar con introduzione e commento di GUIDO MANACORDA. I, pp. XLVI-422; II, pp. 326. - Milano, Mondadori, 1932. L. 28.
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